tremare con potenza, una potenza
imponente, a
sobbalzare con frequenze crescenti … Era
come
se il terreno fosse impazzito e si muovesse freneticamente come fa la
coda di una lucertola quando viene spezzata dal resto del corpo.
La scossa durò una trentina di secondi …Il letto
si mosse
con un’ intensità sufficiente a farmi cadere
…
sobbalzai … mi guardai intorno, nella penombra della notte
si
poteva vedere il lampadario oscillare con una elongazione talmente
ampia da arrivare a sfiorare il soffitto.
Sentii le grida di mia madre e in pochi istanti mi resi conto
di
ciò che stava succedendo.
Il primo pensiero andò alla mia famiglia, con la quale
subito
uscii subito fuori dalla casa.
Abbiamo raggiunto la piazza del paese, la gente urlava, qualcuno
piangeva.
Dopo qualche ora, quando sembrava che la terra si fosse
fermata, rientrai a vedere cosa era successo alla casa, ma
oltre
a qualche libro a terra e a qualche scaffale aperto, niente
di
grave. Anche i parenti più cari, i nonni, gli
zii, e
gli amici stavano tutti bene.
Tutto il vicinato era fuori dalle proprie abitazioni, si respirava
un’ aria strana, tutti erano spaventatissimi,
agitati
o pietrificati. Poi arrivarono
le notizie di
ciò che era successo all’Aquila, notizie
dei morti,
dei feriti, degli sfollati.
Premetto che, sono cristiano, credo in Dio, in Cristo e,
davanti
al disastro, in me è prevalsa la parte
romantica e
idealista piuttosto che quella illuminista e materialista. Ma mi
chiedo: come si fa a credere in Dio quando vedi famiglie
ormai
distrutte dal cataclisma, gente che si ritrova senza una casa o senza
un famigliare, come si fa a rimanere fedeli a Dio e a non essere
tentati dalla teoria di Feuerbach?
Come continuare a credere in un’entità
infinita che
tiene al bene degli esseri umani?
Davanti a certe cose, come si fa a tenere nel silenzio la
nostra
ragione, una ragione, quella dell’uomo, storicamente curiosa,
assatanata di sapere, vogliosa di scoprire e di inventare, per
rimanere invece fedeli a Dio?
Prima di proporre queste
righe al
giornalino scolastico dell’IIS “G.B.
Vaccarini”
di Catania è doveroso da parte mia presentarmi: mi chiamo
Fabrizio Subrani, sono uno studente della 5° B del
Liceo
Scientifico Tecnologico di questo istituto; non sono catanese
né
siciliano.
Sono abruzzese, vengo da Avezzano, un paese in
provincia
dell’Aquila, lontano una sessantina di chilometri dallo
storico
capoluogo di regione.
Il terremoto che, tutti sapete, ha colpito la mia provincia, mi ha
spinto a scrivere questo articolo con il quale, partendo
dalle
mie riflessioni personali sul pensiero del filosofo tedesco Feuerbach,
cercherò di comunicarvi quello che ho provato in
seguito a
quegli istanti in cui la potenza della natura si è
fatta
sentire, dopo avvisaglie di decine di anni
e, come si
è sempre verificato nella storia delle calamità,
lo ha
fatto senza chiedere il permesso.
Ebbene in questa circostanza, per capire quello che ci è
capitato, sono tornato a Ludwig Feuerbach, filosofo
materialista, esponente della sinistra hegeliana, secondo il
quale la religione consiste nell'essenza alienata
dell'uomo. Per Feuerbach nessun uomo preso da solo
contiene
in sé quest'essenza nella sua finitezza, ma ogni uomo ha il
sentimento dell'infinità del genere umano. L'uomo avverte la
propria insicurezza e cerca la salvezza in un essere infinito,
immortale, cioè in Dio. Dio, dunque, non
è altro
che l'oggettivazione dell'essenza dell'uomo, che in Dio rispecchia se
stesso. La religione è appunto l'oggettivazione dei bisogni
e
delle aspirazioni dell'uomo. Afferma Feuerbach:
“Non è Dio che crea l'uomo, ma l'uomo che crea
Dio.”
Ora non è mia intenzione stare qui a parlare di
Hegel
o di Feuerbach; quello che mi preme invece è fare
una
riflessione:
Erano le 3,33 del 6 aprile, ero nel mio letto e dormivo, come sempre,
appoggiato sul fianco destro, quando, fui svegliato da un forte boato,
i vetri delle finestre iniziarono a tremare, pensai subito al vento, ma
poi, un attimo dopo, anche la terra iniziò a