MARZO 2011





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UNA PASSIONE ANTICA PER IL MARE

Quando si arriva al quinto anno il pensiero e la preoccupazione del futuro sono sempre più presenti. Ci  accompagnano in ogni momento e da ogni incontro si cerca di avere suggerimenti per chiarirsi le idee e capire quale sia la scelta giusta per il futuro. L’incontro con  l’ammiraglio Stefano Leuzzi è stato una di  quelle occasioni fortunate che  permettono di riflettere sulla necessità di   conoscere se stessi e di superare gli ostacoli che si presentano quando si devono affrontare scelte importanti. Lo abbiamo incontrato a scuola,   ascoltando e registrando le sue parole  perché non volevamo perderne una sola. Ve le restituiamo più fedelmente possibile.
D: Perché si sceglie l’Accademia Navale?
All’Accademia ti portano due desideri ai quali vuoi dare risposta: la voglia di avventura; il desiderio di studiare in un ambiente selettivo che ti impone di fare una scommessa con te stesso.
D: Queste sono state, quindi,  anche le sue   “ ragioni” ?
R: Non solo: per me il mare è una  passione che viene anche dal DNA: il mio trisavolo era il comandante che ha portato Napoleone    all’Isola d’Elba, io non lo sapevo, l’ho scoperto quando ho avuto i galloni da guardia marina e  la mia nonna ultracentenaria mi raccontò di questo fatto storico. Così  ho avuto modo di capire da dove questa passione  veniva: dalle mie radici .
D: Partiamo dall’inizio: come si entra in Accademia ?
Per entrare in Accademia bisogna   essere diplomati e sostenere le prove  di  un concorso.
D: E’ un concorso difficile?
Non lo è,  più che difficile è selettivo: partecipano in   migliaia per circa 100 -120 posti. Ed è selettivo anche il percorso di studi che fai dopo essere entrato in Accademia: quando io partecipai al concorso,  era il ‘65,   siamo entrati in 150 e dopo 4 anni di  studio in Accademia, chi per un motivo chi per un altro, eravamo rimasti in 55.                       
D: Qual è il motivo di questo abbandono ?             
 A:  Primo motivo : non reggi la competizione con gli altri;  secondo:   la battaglia  con se  stessi, per vincere se stessi e dominarsi; se non  la vinci sei fuori.        A: Per entrare in Accademia cosa bisogna ,e  sapere, saper fare?          Per entrare, innanzitutto, bisogna essere persone   motivate, poi si deve avere buone bas culturali; terzo punto : bisogna avere determinazione e spirito di sacrifico. Il mare è una casa dura, gente debole   non ne accetta, Il mare è   bello, ma diventa anche tanto cattivo, bisogna saper combattere i cattivi.
 A : Le donne possono partecipare?                           
B: Certo! Le donne sono molto più determinate,   molto più forti degli uomini; una donna non si abbandona tanto facilmente, la donna ha bisogno di scommettere su se stessa e quindi tira fuori le unghia, mentre noi maschietti dobbiamo  rifarcele le unghia.                  A : Completi questa frase: il mare insegna a . . .
B: Vivere,  capire,  conoscere:  una vela che si allontana dal mio orizzonte comparirà all’orizzonte di qualcun altro, che guarda il mare e sta aspettando questo qualcun altro dal quale potrà apprendere cose che, stando fermo non impara. Chi viene dal   mare porta conoscenza.
A: Ci  può raccontare momenti della sua  vita: quali sono stati i suoi studi?     B: Ho fatto il Liceo Scientifico, poi sono entrato in Accademia. All’epoca si faceva il biennio di ingegneria , poi si studiavano materie professionali e dopo quattro anni di vita di bordo si partecipava ad un Master.  Ho 65 anni  e continuo ad essere sotto esame, e siccome sono abituato a vivere il mare, gli   esami non mi fanno paura.                               
A : E  un ricordo di scuola?
B: Quando sono entrato in Accademia mi sembrava grandissima, ci sono ritornato dopo 28 anni e mi sembrava piccina. Ma l’emozione di vedere il mare dal piazzale dell’Accademia era rimasto immutato; ho capito allora che la scelta che avevo fatto era quella giusta.   
A : Ci può raccontare un momento difficile in mare ?
B : Il primo momento difficile è stato quando, imbarcato   per la prima volta da comandante, mi sono sentito osservare dal resto dell’equipaggio al momento di mollare gli ormeggi. Ero sotto esame, l’esame più difficile.   La soddisfazione è arrivata subito dopo, quando mi        sono ritrovato con l’equipaggio che mi aveva accettato.
A : Un altro  momento difficile,  in cui il pericolo veniva dal mare?
B : Un’onda di più di 10 metri che ha messo sott’acqua la prora della nave  e,  avendo la responsabilità di 120 persone, ho avuto il cuore in gola. Era notte, e di notte le difficoltà si amplificano. Ma la fortuna ha voluto che io fossi qui a raccontarlo.             
A:  Ci spieghi come si gestisce una situazione   pericolosa?
B : Una situazione pericolosa, innanzitutto,  si deve prevedere; nel caso di cui vi parlavo, ad esempio,  sapevo che c’era un avviso di burrasca, sapevo che poteva   esserci  un’onda anomala; eravamo ad est    di Lampedusa, dove il fondale aveva degli avvallamenti e la presenza di onde anomale era prevista. Abbiamo calcolato il rischio, l’abbiamo sfidato,  ci è andata bene per un paio di ore, poi sono arrivate due onde anomale, la prima l’abbiamo scansata, la seconda ha messo sotto la prora. A quel punto   è stato determinante gestire le eliche, saperne venir fuori  con carattere, determinazione, sangue freddo.    A: Torniamo al corso di vela che ci propone:  perché sceglierlo?
B : Il corso di vela è un pretesto, il corso di vela è stare su mare, dove si è come davanti ad uno specchio: uno si vede come fotografato,   le sue sensazioni  ed emozioni sono allo scoperto, le deve saper vincere, le deve saper dominare, e deve dare prova di carattere, serietà, determinazione.
 A: E' rimasto soddisfatto dalla risposta degli alunni del Vaccarini a questo breve corso di vela ?                            A : Sono più che soddisfatto, perché anche per me è stato importante   essere accettato; considero una prova  cercare di passarvi quello che io ho acquisito nel corso della mia carriera; per me è   un banco di prova anche confrontarmi  con generazioni lontane dalla mia:  io ora sono un nonno, voi siete i miei nipotini.                        A: Una volta usciti dall'Accademia come si gestisce la vita familiare?
B: Sarai sempre lontana/o dagli affetti, ma troverai nell’equipaggio una nuova famiglia, quindi avrai da saperti gestire da sola/o, saper aiutare gli altri, e saper  farti aiutare, vivere in team: vedrai  un’alba e un tramonto che sono sempre diversi;  non ne troverai mai due uguali, e questo è affascinante, ma per contro devi sapere che farai l’eterna fidanzata/o perché di tempo per la casa e la famiglia ne avrai   poco. A: Grazie di tutto ammiraglio!
B: Grazie a voi, chissà quale   romanzo è venuto fuori da questa intervista!
Davide Nicolosi, Giovanni Milazzo e Sebastiano Spataro


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L’ACQUA IRRAGGIUNGIBILE COME LA LUNA
 
Negli ultimi anni si  parla sempre più del problema dell’acqua, sebbene il problema del cosiddetto “oro blu” sia noto già da tempo. L’acqua è, infatti, un bene primario che dovrebbe essere alla portata di tutti, visto che non potremmo farne a meno. Ma questo non accade.  Ormai l’acqua è diventata un bene sempre meno disponibile, per questo, sempre più conteso dai Paesi in via di sviluppo, mentre nei paesi sviluppati viene sprecata inutilmente, lasciando i rubinetti delle nostre abitazioni aperti quando non serve; viene inquinata, spesso viene anche buttata e  questo egoismo ricade sui paesi sottosviluppati che non hanno nemmeno acqua potabile per bere, figuriamoci per irrigare i campi e per questo non esiste alcun tipo di agricoltura e così la  gente muore di fame.
Serve, quindi, una forte presa di coscienza per evitare un simile spreco di una risorsa fondamentale per la vita di tutti sulla Terra. Noi, all’interno del progetto SOS Ambiente, abbiamo deciso di mettere un freno a questo spreco, organizzando una vera e propria campagna a favore del risparmio dell’acqua, che oltre a fare bene alle tasche, darà sicuramente un piccolo contributo all’ambiente . Inoltre sarebbe utile organizzare nelle città una più efficiente raccolta dell’acqua  piovana per riutilizzarla nei lavori agricoli.

Michaela Gulisano

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QUANNU LA LINGUA VOLI PARRARI, A LU CORI AVI A DUMANNARI

“Fimmina senza amuri è comu nu sciuri senza uduri” .
 Se proviamo a tradurre  in italiano questo proverbio avremo “Donna senza amore è come un fiore senza odore” . abbiamo detto la stessa cosa , ma si è perso tutto: il suono strascicato delle parole,  la sensualità e insieme  la durezza della cultura popolare..
I dialetti sono  il risultato di una storia  che ha radici  antiche e complesse, in cui la cultura si è sedimentata, in cui la storia delle persone e’ viva, viva. Il dialetto e’ testimone prezioso e depositario dell ’identita’  di un territorio , della cultura e della storia di chi vi e’ nato. E non è meno nobile della lingua ufficiale.   Nonostante questa marcata radicalizzazione del dialetto , la globalizzazioneha portato ad una omologazione sempre più grande, che,  come un trituratore  universale, tutto appiattisce e devitalizza: tante lingue scompaiono, perché appartengono a  comunità estremamente piccole, periferiche, povere.La scomparsa dei dialetti porta con  sé la perdita di un patrimonio collettivo che non potra’ piu’ essere restituito all’umanita’..   Io parlo il dialetto e sento che  mi fa  riscoprire il piacere di comunicare con parole che hanno un’anima perché sono la voce viva della mia storia e della mia  memoria .   Non è qualcosa che sa di muffa.  E allora,  perché l' abbiamo abbandonato? E' vero, la lingua ha fatto l' Italia, è alla base dell'unità d'Italia e la diffusione –necessaria- ed il prevalere – assolutamente naturale, legittimo -  dell'italiano sui dialetti sono stati giustamente favoriti dalla scuola, dalla televisione, dai giornali.  Un fenomeno meno apprezzabile che si è sempre più imposto è il bilinguismo familiare, per cui i genitori continuano ad usare il dialetto tra loro, ma con i figli si esprimono   in Italiano. Devo anche dire  che non è tutto oro quel che luccica. E   in molti casi l'Italiano è stato insegnato male a causa della scarsa padronanza della lingua da parte dei   genitori. Vorrei, pertanto, rivolgere ai genitori dialettofobici un appello:   se non   avete    buona padronanza della lingua italiana è meglio che usiate  il dialetto con i vostri  figli e lasciate che la "lingua di Dante" la apprendano a scuola., altrimenti i vostri figli rischieranno di non parlare né il vero  dialetto, né il vero italiano. Infine, un appello anche ai professori: non negate  e non demonizzate l'uso del dialetto a scuola, chi lo parla bene è padrone di sé e del suo piccolo mondo, sa dire parole che obbediscono al suo  cuore perché " Quannu la lingua voli parrari,   a lu cori a dumannari".  
Davide Nicolosi
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Due   voci su bulli e bullismo
 
Quando parliamo di bulli e bullismo, pensiamo subito a una  vittima 'torturata' da un tipetto simile a quello disegnato sopra...
Ma, restando sempre fondamentale il punto di vista di chi subisce,  ho cercato  di guardare il fenomeno da altri possibili punti di vista e ne ho parlato   con  con un bullo  e con un osservatore esterno, per sentire   voci diverse che, poi, ogni lettore potrà incrociare come vorrà per farsi un'idea sua  del problema.
Ci sono tanti tipi di bullismo e di bulli: c'è il bullo integrato, il bullo emarginato, il bullo  nascosto, il bullo atuttinoto, il bullo convinto e, infine,  c'è il bullo pentito. A V. A., da tutti additato come bullo, anzi ex bullo,  ho fatto delle domande e ne ho avuto le risposte che mi hanno fatto riflettere:
 -Chi erano le tue vittime?
Spesso erano    tipi  più deboli, più piccoli  di me. Non sopporto i tipi timidi, quelli che non parlano mai e non rispondono se li insulti. Quelli che fanno finta di non vederti. Non sopporto quello che alza sempre la manina per far vedere alla professoressa che è bravo.
Cosa provavi quando picchiavi o aggredivi  psicologicamente un compagno più debole?
In un certo senso non mi piaceva essere al suo posto.  Mi sentivo più fico e al centro dell'attenzione fra i miei amici... Per un attimo mi sentivo il re del mondo... Però, alla fine, mi sono accorto di aver fatto solo una gran cavolata... Ciò che mi spaventava di più erano le conseguenze... Quando mi ritrovavo faccia a faccia col preside e dovevo fare il menefreghista, perché altrimenti perdevo la faccia, venivo preso per un debole...-
  -Quello che dici  mi fa pensare che,  allora,  i bulli  sono vittime delle apparenze,  che ognuno ha paura dell'altro...
Non lo so! Questo è ciò che provo io, non so se gli altri miei compari vivono le cose come me.
Ti posso definire allora  un bullo pentito?
Sì, un po' lo sono, ma non lo riconoscerò mai davanti ai miei amici, se no la vittima divento io!
Ora  incontro L.M. , che ha tredici anni, perché , da osservatore- ma non solo (ha osato difendere un mese fa un suo amico, vittima del bullo di turno) - ci dica la sua sul bullismo.
-  In molti casi di bullismo,   la vittima non   riusce a reintegrarsi nella vita scolastica. Perchè?
-Spesso ad intervenire sono i genitori, considerati come intrusi, perchè chi si fa aiutare da loro è considerato un poppante, uno che non conta, uno che non si sa difendere!-
Allora chi deve intervenire?-
Per far finire bene una storia di bullismo, è necessario che ad intervenire siano ragazzi suoi  coetanei.
Cosa ne pensi della punizione che il preside ha assegnato  al bullo?-
Fare  la ricreazione in classe   è davvero troppo: credo che  sia   disumano passare sei ore seduti sui banchi a studiare in un ambiente di 30 metri, con 29 persone   nella stessa stanza... siamo persone, non macchine!
La soluzione?
Individuare il bullo e punire lui solo. La ricreazione in classe solo per lui, per gli altri all'aria aperta, nel corridoio. Vedrete che ci ripensa!
Graziamarina Sinatra
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RICORDI E PENSIERI

DA CHE PAESE VENGO,ANCORA NON LO SO.
Quanti ricordi che più non ho.
E se avessi una famiglia,  oltre l'oceano blu,
che mi aspetta e non spera più?
Io qui rimango sveglia ore ed ore con il batticuore.
Ho qui mille domande e nessuno risponde.
Quante incertezze. Mi chiedo: che sarà?
il mio futuro cosà porterà?
Quante occasioni cerca un cuore che ama già,
ma   aspetta di scoprire  quel che non sa.    
 Savita Di Mauro
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CHE FINE HA FATTO l’ANZIANA DAMA DEI SETTE COLLI?

11 maggio 1860. Marsala. Il generale Giuseppe Garibaldi con al seguito mille soldati sbarca in Sicilia, dopo essere partito da Genova: è l'inizio di una spedizione destinata ad entrare nella leggenda e nell'immaginario popolare. "O qui si fa l'Italia o si muore" è la celebre frase pronunciata dal generale alle soglie della battaglia di Calatafimi, scontro cruciale per la conquista della regione. Garibaldi,  per l'appunto, è considerato un  Pater Patriae insieme a Mazzini, Cavour e a tutti gli altri protagonisti del Risorgimento Italiano.
E in effetti l’Italia si “fece”, come  auspicò l’Eroe.  Sono passati 150 anni e ancora il suo personaggio possiede un grande fascino ed ha una vasta diffusione nella cultura popolare: un uomo apparentemente burbero, dall’aspetto forse anche un po’ buffo, con la barba lunga e il cappello nero “alla calabrese”, ma di grande carisma, noto amante latino,   vero leader.
Un uomo dalle mille sfaccettature,  quindi, preso da vizi, ma anche di immensa virtù, coraggio e abilità.
L’Italia di Garibaldi purtroppo non è rimasta integra dopo quasi un secolo e mezzo, e oggi il nostro governo e i nostri leader hanno ben poco  a che vedere con l’Eroe dei due Mondi... almeno per quanto riguarda le virtù!
Questa è la visione che tanti di noi giovani hanno  di coloro che ci governano. Secondo un sondaggio effettuato a scuola, la quasi totalità dei ragazzi crede che i nostri politici non abbiano più ideologie, giuste o sbagliate che siano, che non siano guidati dall’ideale ma soltanto dal denaro. Tenere stretta la poltrona è forse l’unica priorità di tanti di coloro che stanno al potere. E non consola  far  presente che sempre così è stato. L’Italia è nel caos, e, come se non bastasse, in questo quadro squallido e drammatico, si ipotizza   la secessione, infischiandosene di Garibaldi e di coloro che sono morti per “fare l’Italia”, che sono morti perché credevano nell’unità di un Paese che sentivano proprio. Forse oggi la causa della crisi di valori è  dovuta anche alla mancanza di quel  sano senso patriottico , dell’orgoglio di essere Italiani. I fattori economici e la crisi in cui versa il Paese sono sì importanti, ma non a tal punto da compromettere un’unità che ormai è sempre più soltanto sulla carta: nord contro sud, sud contro nord. No, non c’è nè un sud nè un nord, c’è l’Italia e ci sono gli italiani, tutti insieme per affrontare quei vecchi fantasmi che ancora ci perseguitano e per superare le divergenze storico-politiche che hanno determinato un diverso sviluppo nelle diverse regioni, senza ovviamente cancellare le differenze culturali. E allora cresciamo insieme, ognuno di noi faccia un esame di coscienza ( noi del sud meritiamo una bella tirata di orecchie ), per vincere il pregiudizio e non uccidere “l’anziana dama dei sette colli”, per la quale Garibaldi ha combattuto.        
Bruno Garibaldi
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LE PALLONATE DI BRUNO : MONDIALI 1970
 
Mercoledì 17 giugno 1970, stadio Azteca, Città del Messico, semifinale campionato del mondo: ha inizio   la partita più emozionante e sconvolgente della storia del calcio. Protagoniste la Germania ovest -guidata da Schon e che vanta tra le proprie file campioni del calibro di Franz Beckenbauer e Gerd Muller-  e l’Italia del ct Valcareggi che, con 6 cagliaritani freschi di scudetto, si schiera con  Albertosi, Burgnich, Facchetti, Bertini, Rosato, Cera, Domenghini, S. Mazzola, Boninsegna , De Sisti , Riva.
Lo stadio è una bolgia, la tensione è alle stelle. Pronti, via e subito al 20’ gli azzurri passano con un gran sinistro di rapina del centravanti Boninsegna
All’intervallo la solita staffetta Mazzola- Rivera, per dare spazio al fantasista del Milan. Secondo tempo: la partita volge nervosamente al termine, quando a 180 secondi dalla fine il difensore tedesco Schnellinger insacca il pareggio su errore di Burgnich; si va ai tempi supplementari.
In avvio dell’extra time subito il vantaggio tedesco di Muller su pasticcio difensivo dell’Italia: 1-2 per i tedeschi; dopo appena 4 minuti un rimpallo in area tedesca favorisce il centrale Burgnich che insacca il 2-2. Al minuto 104’ è Gigi Riva a siglare il 3-2 con il cronista Martellini che, ormai stravolto, definisce ciò che sta accadendo sotto i suoi occhi come “una partita drammatica e incredibile”, frase destinata ad entrare nella storia. Al 110’ però è ancora Muller a pareggiare i conti su mancata deviazione di Rivera. Il Golden Boy si fa perdonare  appena 60 secondi dopo, segnando il definitivo 4-3 e con un Martellini ormai in apoteosi che urla ancora:” Che meravigliosa partita, ascoltatori italiani!”. Questa volta il risultato non cambia più, l’Italia è in finale dove la attende il Brasile di Pelè: finirà 4-1 per i brasiliani, ma questa storica semifinale, definita la partita del secolo, è tuttora ricordata allo stadio Azteca con una targa che commemora le gesta di quei 22 eroi, capaci di tenere con il fiato sospeso per 120 minuti il mondo intero.  
Bruno Garibaldi
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AIDS: NUOVE SPERANZE DALLA RICERCA
 
L’AIDS (Sindrome da immunodeficienza acquisita) è una malattia causata da un retrovirus a RNA cioè l’HIV (Human Immunodeficiency Virus). Si dice sindrome acquisita in quanto la grave insufficienza del sistema immunitario viene provocata dall’infezione del virus. Un organismo infettato da questo virus proverà a combattere l’infezione producendo degli anticorpi specifici, cioè particolari molecole prodotte dal sistema immunitario. è possibile stabilire se si è affetti da questa malattia tramite un esame del sangue che evidenzia la presenza di tali anticorpi (que-sti però possono anche non essere rilevati nei primi sei mesi dall’infezione, è importante dunque ripetere più volte gli esami). Una persona che sviluppa anticorpi anti-HIV viene detta sieropositiva, che non vuol dire avere ne-cessariamente l’AIDS, in quanto la malattia può svilupparsi anche dopo alcuni anni.
Il rischio dell’AIDS non è la malattia in sé, ma ciò che causa, perché indebolendo il sistema immu-nitario basta un semplice raffreddore per compromettere seriamente la salute dell’individuo. L’HIV può essere trasmesso tramite rapporti sessuali non protetti con un partner sieropositivo quindi attraverso secrezioni vaginali, sperma, sangue; può essere ereditato dalla madre durante il parto, o nell’allattamento; Tramite l’uso di droghe per via endovenosa (sangue o derivati di sangue infetto). Secondo alcuni dati di statistica dell’unaids lo 0,8% della popolazione mondiale riscontra l'AIDS; la zona maggiormente colpita è l'Africa Sub–Sahariana con il 5,0%, quella meno colpita è invece l'Asia orientale con lo 0,1%.
La ricerca sta dando i suoi frutti con terapie antiretrovirali, che permettono il rallentamento della re-plicazione del virus nell’organismo. Tuttavia queste medicine non sono in grado di eliminare il virus, è per questo che si stanno sviluppando dei vaccini in via sperimentale.                                 Tante sono le ricerche pubblicate in tutto il mondo e anche in Italia.
*La proteina Tat (regolatoria dell'HIV-1) svolge una funzione fondamentale per la progressione della malattia e per la replicazione del virus all'interno della cellula. Concentrarsi su questa proteina è fondamentale per lo sviluppo di un eventuale vaccino. Il virus è paragonabile ad un'auto per cui è possibile modificare la sua carrozzeria ma ciò che la muove è il motore ed in questo caso è la Tat. Bloccare la sua azione permetterebbe una maggiore stabilità del sistema immunitario. La Tat ha funzioni così importanti che si ritrova praticamente invariata nei sottotipi virali: il virus non la può mutare troppo perché altrimenti rischierebbe di modicare il suo funzionamento. Per il virus, mutare la proteina Tat sarebbe un'azione sfavorevole alla sua tessa esistenza.
* Un altro vaccino, che ha ormai superato la fase preclinica, dovrebbe essere sperimentato all'Istituto delle malattie infettive dell'università di Perugia guidato da Franco Baldelli, che coordinerà la ricerca, e in altri tre centri: a Milano, Torino e Brescia.  Il preparato, mira alla produzione di anticorpi nei confronti della proteina "p17", responsabile della predisposizione delle cellule a essere attaccate dal virus, ed è stato presentato all'università calabrese in un convegno che ha visto la partecipazione di Robert Gallo, virologo americano, e Arnaldo Caruso, ordinario di microbiologia all'università di Brescia che ha coordinato l'attività di ricerca. Per capire su cosa si basa questa terapia innovativa con un vaccino, bisogna conoscere bene il ruolo della proteina p17 nella diffusione virale studiato proprio a Brescia. «La proteina viene rilasciata dalle cellule infette promuovendo la proliferazione del virus e la sua diffusione all'interno dell'organismo - spiega Caruso - Il virus dopo aver legato la cellula bersaglio ed essere penetrato al suo interno, inizia a replicare e la cellula infettata produce grandi quantità di proteine virali che, in parte, andranno a formare nuovi virus e, in parte, verranno rilasciate nel microambiente extracellulare». La p17 è una di queste: interagendo con una molecola espressa sulla superficie di altre cellule bersaglio del virus Hiv, le attiva rendendole più suscettibili all'infezione e le predispone a una replicazione virale. Sorge dunque spontanea un'osservazione: se questa proteina venisse a mancare il virus troverebbe un numero inferiore di cellule attive e, quindi, capaci di sostenerne la replicazione.
La vaccinazione mira a immettere nella persona sieropositiva la sola porzione attiva della p17 resa immunogenica (cioè in grado di promuovere la formazione di specifici anticorpi) attraverso il legame con una proteina trasportatrice. E proprio questi anticorpi serviranno a “difendere” la porta di molte cellule potenzialmente attaccabili, facilitando la convivenza dell'organismo con il virus stesso.
* Dagli Stati Uniti arriva un'altra incoraggiante notizia nella ricerca di nuovi bersagli utili per inibire l'infezione. Alcuni ricercatori coordinati da Dennis Burton hanno individuato una nuova componente virale che può essere attaccata con anticorpi specifici, un input per un potenziale vaccino. La ricerca è stata presentata sulla rivista Science. Per arrivare a questo risultato si è lavorato su campioni di sangue di 1.800 persone con una nuova tecnologia, e la speranza è ovviamente quella di avere identificato un "punto debole" del virus che rimanga stabile (l'Hiv è infatti soggetto a mutazioni frequenti) e quindi guidi gli anticorpi nella loro caccia al nemico.
* Dalla Germania, arriva un'altra clamorosa notizia. Un paziente americano di nome Timothy Ray Brown, è guarito dall'Hiv dopo una terapia basata sul trapianto di cellule staminali associata a chemioterapia. L'aspetto straordinario è che l'uomo era contemporaneamente affetto da un cancro del sistema immunitario. Secondo i dati pubblicati dai ricercatori tedeschi dell'Università di Berlino, il paziente è da considerarsi completamente ristabilito, avendo superato anche una recidiva del tumore grazie a un secondo trapianto. Il sig. Brown è stato operato la prima volta nel 2007, e ha smesso di curarsi con le tradizionali terapie antiHiv. Dopo un anno circa, la leucemia si è ripresentata e il paziente è stato sottoposto al secondo trapianto di cellule staminali. Le cellule staminali del donatore, stando alle affermazioni degli autori della ricerca, posseggono una rara mutazione genetica di carattere ereditario che le rende fisiologicamente resistenti al virus. Secondo la coordinatrice dello studio, Kristina Allers, il virus si sarebbe dovuto ripresentare nel giro di qualche mese, cosa che non è avvenuta. Intanto, a tre anni e mezzo dal primo intervento, il paziente non mostra alcun segno di leucemia e di replicazione virale, e il suo sistema immunitario è tornato alle condizioni normali. è anche vero però che il trattamento costerebbe centinaia di migliaia di euro per ogni paziente e non è applicabile a meno che il paziente stesso non abbia sviluppato una leucemia e non abbia bisogno di un trapianto di midollo osseo. Lo studio conferma comunque che se si eliminano tutte le cellule del corpo che replicano il virus rimpiazzandole con quelle sane, si ottiene una cura.
La sperimentazione procede bene con risultati positivi ma mai nel 100% dei casi. Ci ricorda inoltre Stefano Vella, direttore del Dipartimento del farmaco dell'Istituto superiore di Sanità: «L'Hiv non si sconfigge solo con i vaccini, è importante prevenire la malattia e proseguire nella ricerca».  
Simone Gullotta
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Unisciti al movimento: insieme contro la S.M
 
S.M: sembrerebbero le iniziali di un   gioco , ma purtroppo   indicano una grande malattia che colpisce  una  persona ogni 4 ore  Tanti  di noi hanno sentito parlare di Sclerosi Multipla , ma chi di noi sa esattamente di cosa si tratta ? Premessa:    non è una malattia contagiosa come molti   pensano. Non è altro che un indurimento di diverse zone del cervello,ovvero un’ infiammazione cronica demielinizzante del Sistema Nervoso Centrale, una malattia imprevedibile ed invalidante . Demielinizzazione è il termine usato per descrivere la perdita di mielina, la sostanza che, nella materia bianca,  agisce da isolante delle terminazioni nervose. La  mielina aiuta i nervi a ricevere ed interpretare i messaggi provenienti dal cervello a massima velocità. Quando i nervi perdono questa sostanza non possono più funzionare correttamente  e si creano aree cicatrizzate,  ‘placche’ di tessuto sclerotico, là dove i nervi sono rimasti senza mielina. Sono appunto queste zone a dare il nome alla Sclerosi Multipla o Sclerosi a placche.
E’ una brutta malattia la S.M,  ma si può combattere. Come? Partecipando alle iniziative organizzate dai volontari dell’AISM, li aiuteremo a sostenere la ricerca e ad incentivare il volontariato.
Insieme a loro , la scuola si impegna promuovendo azioni  di sensibilizzazione rivolte alle  persone  che non sono a conoscenza dei problemi legati alla  Sclerosi Multipla.
Presso i locali della scuola abbiamo incontrato le  volontarie della sede catanese dell’ associazione . In quell’occasione abbiamo messo in vendita la “gardenia  dell’AISM” , simbolo di solidarietà e di condivisione di una battaglia alla quale ci sentiamo chiamati. Grazie a tutti coloro che hanno aderito!
Claudio Nicolosi e Sebastiano Spataro      
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L’USO TELEVISIVO DEL CORPO DELLE DONNE
 
Le donne, le donne vere, stanno scomparendo dalla Tv, per lasciare spazio a un’immagine veramente umiliante di donna: volgare e vittima dell’occhio invasivo delle telecamere per un pubblico compiacente da compiacere. In Tv appaiono solo ragazze rifatte che mettono in mostra il corpo. I produttori vogliono avere più ascolti; la donna un attimo di visibilità e di finta fama. Ma vale la pena mettere in gioco la propria dignità solo per essere popolari e finire poi su riviste, giornali, altri programmi televisivi cafoni e offensivi allo stesso tempo?  Fermatevi un attimo a riflettere sulle inquadrature: i corpi vengono ripresi soprattutto dal basso; dalle caviglie, poi indugiano sulle gambe, scivolano sotto gonne ascellari. Ebbene, nessuno pensa che queste ragazze siano fuori luogo solo perché sono in Tv e hanno milioni di occhi addosso. E gli uomini? Che ruolo hanno? Imbambolati come degli ebeti con facce da merluzzi annuiscono compiacenti e sorridenti. E che dire del fatto che gran parte degli spettatori sono adolescenti che spesso prendono a modello personaggi  della televisione: immedesimandosi, portano nella loro vita cambiamenti negativi e dannosi per la propria salute, come l’anoressia. Si convincono che le donne completamente magre possono essere l’unica vera espressione di bellezza e non rendendosi conto che così cadono in un baratro. Tante si convincono che, per riuscire a sfondare nel lavoro, non bisogna avere una testa ma solo un corpo magari da ritoccare con interventi chirurgici che a volte invece di migliorare l’aspetto della poveretta le fa somigliare a smorfie  inespressive su un corpo da barbie triste, compresso da diete e pseudo-modelli. Oggi noi viviamo in un mondo dove l’apparenza , l’ignoranza, l’inganno e la falsità prevalgono sui veri valori  e dimentichiamo la bellezza e la positività della vita vera che ci circonda. Che cosa possiamo fare per recuperare la bellezza, la semplicità, l’eleganza e i veri valori?        
Rossella Spina
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L’amore sui muri

Nel tempo è cambiato tutto: il progresso ha diffuso nuove tecnologie e nuovi modi di vivere ed  è cambiato anche  il modo di dichiarare l’amore. Oggi, per conquistare  una ragazza, non ci si mette più in gioco, cercando di vincere la timidezza con sguardi languidi, dolci parole, ancor meno con serenate o lettere d’amore. Tutto questo ormai è superato e  i messaggi  d’amore  vengono affidati ai muri degli  edifici privati e pubblici, ai marciapiedi, alle fontane,  alle strade: insomma,  a spazi  comunque visibili. Chi non ha letto, passeggiando o camminando  per la città, frasi  come: “ Sei parte di me”, “Io e te  tre metri sopra il cielo”, “Ti amo, ho i brividi per la febbre d’amore per te”,  “Noi due per sempre”, “Non vivo senza te, can you feel my heart?”, “Eri un sogno ora sei la mia vita”,  “Non ti chiamo vita perché la vita termina  ma ti chiamo amore perché l’amore è eterno”,  “Esistono angeli in terra? Uno di certo sei tu”? Queste   frasi si ripetono uguali, in luoghi diversi, sempre le stesse. E’ un repertorio fisso che s’ispira a film come “Scrivilo sui muri”,  “Parlami d’amore”e “ Tre metri sopra il cielo”. Forse  si vuole sorprendere la persona amata dichiarando al mondo intero  che l’amore esiste,  ma ormai  chi si sorprende? Chi si emoziona? Forse   quelli che si emozionano di più -  non per amore ma per rabbia o curiosità- sono i  cittadini infastiditi da queste scritte: alcuni  si fermano a leggerle, qualcuno ridacchia,  qualcun altro  sospira,   altri restano perplessi o si arrabbiano perché il muro di casa propria, appena ridipinto, è stato devastato. Che fare? è possibile mettere d’accordo tutti? Forse tutti dovrebbero tenere presente un  principio sempre valido: non invadere gli spazi di tutti, degli altri, non prevaricare o offendere. è così difficile?
Roberta Scaglione
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RICERCA SUL SISTEMA DI RACCOLTA DIFFERENZIATA
 
Noi del Vaccarini di Catania, nell’ambito del progetto “SOS Ambiente: dalla scuola alla città”, abbiamo condotto una ricerca  sul sistema di raccolta differenziata di alcune città italiane, due del Nord, due del Centro e due del Sud, per poi paragonare i dati tra di loro e con quelli della nostra città. La ricerca si è basata, da un lato sulle modalità di comunicazione degli Enti Locali con i cittadini, dall’altro sui metodi di attuazione della raccolta dei rifiuti.
Come si può notare dalla tabella i sistemi di comunicazione e di raccolta differenziata da città in città sono molto simili fra di loro.
Nonostante le somiglianze però, come sappiamo, il sistema dei rifiuti, e quindi la pulizia, variano di città in città, come nel caso di Napoli, diventata ormai una discarica nazionale, o Perugia, famosa per la civiltà dei cittadini e per la rigidità nei confronti di chi non rispetta le regole.
Il Comune di Catania, ad esempio, non comunica sufficientemente con i cittadini né ha ancora organizzato un sistema di raccolta porta a porta, come fatto ad esempio a Roma e Milano, ma anche nella meridionalissima Reggio Calabria.
A Catania si conferisce ancora tutto nei cassonetti e la popolazione è poco sensibile al problema della raccolta dei rifiuti, anche se sembra che, con il nuovo appalto, le cose dovrebbero cambiare. In verità, anche se in alcune città si è più rigidi nell’applicazione della legge, l’Italia da un punto di vista ambientale sta peggiorando. Fra i cittadini sfaticati e le amministrazioni disattente, le città stanno vivendo un degrado totale. Notiamo riufiuti di ogni genere ovunque, eccetto dove dovrebbero essere, ovvero nei cassonetti spesso colmi, danneggiati,  o persino bruciati.
La realtà è che l’ignoranza è un male troppo diffuso, perché,  se le persone  prendessero coscienza del danno che stanno provocando all’ambiente di certo starebbero più attente alle proprie azioni. Azioni semplici, quotidiane ... Se la gente sapesse che le sostanze dei rifiuti che getta a terra vanno a finire generalmente nelle acque, le stesse acque che magari bevono i loro figli, di certo non li getterebbe più. Se  le persone comprendessero che riciclando  semplicemente la carta, potrebbero salvare la vita di molti alberi, alberi che assorbono anidride carbonica e depurano l’aria arricchendola di ossigeno, alberi che contribuiscono con la fotosintesi ad abbassare la temperatura del nostro pianeta, alberi che rendono ospitali i parchi nei quali poter  trascorrere le domeniche. Se  le persone comprendessero tutto ciò avremmo un mondo più bello!      
Noemi Gagliano e Rosario Spampinato
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FRUTTA FRESCA,  FRUTTA SECCA O MERENDINE ?
 
Oggi utilizziamo molto spesso cibo preconfezionato. I maggiori consumatori sono i paesi più industrializzati. Grazie alla pubblicità martellante viene favorito il consumo  di cibo impacchettato in confezioni sempre più piccole, o addirittura in mono dosi, a discapito di molti cibi che richiedono meno passaggi nella lavorazione e nella commercializzazione.
Oggi, con la globalizzazione, i paesi del mondo hanno perso le loro abitudini introducendone altre, spesso sbagliate . Gli alimenti del nord sono finiti nelle tavole delle persone del sud per esempio il salmone e gli hamburger sono consumati nei “fast food” anche dai  ragazzi catanesi. I modelli alimentari del passato, diversi da ogni regione in base al clima e all’ambiente,erano fondamentali per la nutrizione delle persone che vivevano in quel luogo stesso e che dovevano sopportare stili di vita e abitudini differenti. I cibi confezionati e super imballati rappresentano un rischio sia per la salute delle persone, sia per l’ambiente, in quanto fanno aumentare la quantità complessiva di rifiuti prodotti. I cibi confezionati sono molto diversi da quelli naturali poiché contengono conservanti e additivi che a lungo andare diventano nocivi per la salute dell’uomo, diversamente da altri cibi, come ad esempio la frutta secca. Che con lo stesso apporto nutritivo contiene micro nutrimenti come i polifenoli considerati non nutrienti dietetici. Con il consumo giornaliero minore o uguale a 1g al giorno, diversi studi hanno evidenziato che i polifenoli esercitano un effetto benefico sulla salute umana per l diversi motivi: modulano l’attività di diversi enzimi, interagiscono con specifici recettori, esercitano effetti vaso protettivi e vasodilatatori e chelano (reazione chimica: circondare a tenaglia) un atomo metallico producendo ioni metallici come il ferro e il rame che sono coinvolti nella formazione dei radicali. “L’attività che ha suscitato un impatto maggiore nell’interesse delle persone – spiega il Prof . Piergiorgio Pietta del CNR (MI) - è stata quella antiossidante perché i polifenoli rappresentano un’ importante difesa esterna contro il disequilibrio tra antiossidanti ed pro-ossidanti. e a livello digestivo, limitano la formazione di radicali liberi catturando quelli che sono già formati”. La frutta secca inoltre ha un basso impatto ambientale anche perché le bucce vengono vendute dalle ditte o industrie produttrici per essere utilizzate come combustibile.
 Oggi sarebbero da premiare quei supermercati e ipermercati che  già vendono alcuni prodotti a peso e senza imballaggi, quindi con meno lavorazione e consumo energetico. Secondo me, per cercare di alleggerire questo problema, bisognerebbe utilizzare per le merende quotidiane frutta fresca o secca ( facile da trasportare), in questo modo si crea  meno danno all'ambiente per favorire il benessere fisico delle persone : le rughe diminuiscono, le unghie e capelli diventano più sani  mentre i cibi confezionati producono accumulo di sostanze spesso tossiche.    
Aurora Incognito
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Il reattore solare che ricava energia... dall'acqua
 
Potremmo chiamarla "la pianta artificiale", un dispositivo sviluppato dai ricercatori del California Institute of Technology che, con un processo simile alla fotosintesi clorofilliana, trasforma energia solare, acqua e anidride carbonica in idrogeno, un vettore energetico che può essere impiegato nell’alimentazione di celle a combustibile per la produzione di energia elettrica.
La macchina, descritta nell'ultimo numero di Science, è stata messa a punto da un team di scienziati svizzeri ed è in grado di ricavare l'idrogeno a partire dall'acqua grazie alla dissociazione termochimica, un procedimento a basso costo e a basso impatto ambientale.
Il prototipo utilizza un sistema di lenti e specchi per concentrare l'energia del Sole in un cilindro rivestito di ossido di  Cerio, un raro metallo (è il più abbondante tra i metalli rari) il cui comportamento varia in funzione della temperatura: emette ossigeno quando si scalda e lo assorbe quando si raffredda.
Quando all’interno del cilindro arroventato dal Sole vengono immesse acqua e CO2 il cerio si raffredda. Perdendo calore "strappa" atomi di ossigeno all'acqua, liberando così monossido di carbonio (CO) e idrogeno (H2). Quest'ultimo può essere catturato, immagazzinato e utilizzato come carburante, per esempio nelle celle a combustibile che alimentano le autovetture. E da un’opportuna miscela di H2 e CO si possono ottenere gas di sintesi, anche questi utilizzabili come combustibile. Non solo: secondo i ricercatori con lo stesso dispositivo e un procedimento simile sarebbe possibile ottenere addirittura metano. Bello, forse troppo per essere vero. Almeno per ora..
Luca Bartilotti
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A LEZIONE DI VELA NEL CORTILE DELLA SCUOLA
 
E’ una giornata tersa e fredda: la vela della nostra barca ondeggiae si tende sottouna brezza leggera e gentile. Poi il vento si alza,fa vibrare forte e tendere sino allo spasimo contro il cielo azzurro e algido di Dicembre L’ammiraglioStefano Leuzzi , in abiti blu da uomo di mare, ci invita,benevolo ed autorevole ,ad osservarla e ci dà>indicazioni per guidarla e indirizzarla. Ci invita ad ascoltare il vento, ad operare in modo coordinato. Ci suggerisce i movimenti giusti per dominare la barca ei venti, ma anchel’ansia e la paura di non farcela. Lo ascoltiamo, proviamo e riproviamo.Non siamo in mare aperto, ma nel cortile della nostra scuola, nel centro di Catania, dove si tengonoda alcuni giorni le attività del progetto “Vela” realizzato in collaborazione con la Lega Navale italiana. Tutto è cominciato come per gioco e, all’inizio, l’invito a partecipare ci ha soprattutto incuriositi, poi, man mano, con leggerezza , tutto è diventato serio,  importante,perchéla lezione di vela è diventata  lezione di vita. “Quando sei lontano dalla terra, in mare aperto,ti confronti con i venti, le correnti, le intemperie e le puoi governare>solo se haiconoscenza sicura di saperi - dalla fisica alla trigonometria -e di tecniche , ma anche di testesso;se sai condividere con gli altri tale opera di dominio della tua persona e delle forze della natura”. Così il nostro percorso ci ha portati ariflettere sulla conoscenza  di noi stessi –del nostro corpo e del nostro temperamento, della nostra
forza e delle nostre fragilità-e sul dominio che ognuno può esercitare su se stesso solo a condizione di conoscersi veramente. La lezione continua: ci affascina e ci affascina anche l’ammiraglio  che si muove  sicuro,descrivendo nodi, correggendo ed incoraggiando a far bene e a non desistere. Quando la lezione sta per concludersi,  Giovanni chiedecome si diventa ammiragli, come si fa a capire che sei tagliato per la vita di mare, cosa si studia in Accademia. L’ammiraglio risponde a tutte le nostre domande,parla, racconta di
sé, dei suoi maestri, della sua vita in Accademia, delle difficoltà, delle battaglie e dei successi. Lo ascoltiamo e non ci accorgiamo neanche che dobbiamo ritornare in classe, perché la lezionecomincia per un altro gruppo.Vorremmo ascoltarlo ancora e cogliamo al volo il suo invito ad andare a trovarlofuori dal cortile di scuola , al porto, per riprendere il discorso ed il percorso aperto sulla conoscenza di  noi.
MariaFiorenza
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Il viaggio del veliero “Cronache di Narnia”
 
Uscito appena due mesi fa, il nuovo film della fortunata Saga delle Cronache di Narnia -nata dalla mente geniale di C.S. Lewis durante tutto il decennio degli anni cinquanta- ha riscontrato come al solito una grande affluenza nelle sale cinematografiche soprattutto grazie ad un nuovo elemento molto in voga di questi tempi:  la versione in 3D. Ritenuto da alcuni la vera rivale di “Harry Potter” e del “Signore degli Anelli”, veri cult del fantasy degli ultimi anni, la saga sta purtroppo peggiorando di film in film. Nessuno può infatti negare di essere rimasto incantato dal fantastico mondo contenuto in un semplice armadio presentato nel primo episodio della saga, o di essere stato coinvolto dal principe Caspian e dal suo commovente tentativo di riunire due popoli e porre fine a ogni guerra, nel secondo episodio.
Storie semplici, quasi infantili, ma dotate di qualcosa di magico che ha permesso alla saga di ottenere una fortuna immensa e di suscitare una grande attesa per l’uscita di ogni nuovo film. Forse ha contribuito al usccesso il fascino di alcuni degli interpreti,  primo fra tutti Ben Barnes, che ha fatto avvicinare migliaia di ragazzine alla saga. Lo stesso però non vale per “Il viaggio del veliero” che, nonostante presenti tutti questi pregi, rispetto ai precedenti appare sbiadito e totalmente diverso.  La trama confusa e decisamente più complicata, il cast costituito da attori troppo giovani,  non sempre brillanti nell’interpretazione, persino gli effetti speciali, che hanno costituito il successo degli episodi precedenti, sembrano essere qui usati in modo improprio: o troppo esagerati o realizzati in modo approssimativo in alcune scene dove si poteva un po’ calcare la mano. Ma è soprattutto il cambio nella regia, che vede il nuovo arrivato Michael Apted,  già autore del flop di “Eragon”, nel tentativo di rifarsi con questo nuovo lavoro, ma che a quanto pare è riuscito solamente a turbare una saga cinematografica così ben avviata e tanto amata dal pubblico, non riuscendo ad accogliere l’eredità splendida lasciatagli dal regista dei due precedenti episodi, “Il Leone, la Strega e l’Armadio” e “Il Principe Caspian”, Andrew Adamson.                                       
Elisa Rapisarda
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Un sonetto per l’Italia

Opera incantevole e vera, fatta
 Di mare, montagne , laghi e di fiumi.
Opera arguta, riflessiva e schietta
Fatta di gente, di tanti costumi.
Opera tinta verde, bianca e rossa
Di speranza, di purezza ed amor.
Opera dentro opera, sei mossa
da sogni, odi, messi nel cor
Opera, magnificenza, splendore
un’alba mai finita di chi t’
di chi con orgoglio t’inneggia sempre.
Opera legata da grande amore
Perché sol frammento non ti formò
Il tutto sei tu, un’opera per  sempre.
Salvatore Ponzo
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CLARA, I VORREI CHE TU , ESTER ED IO

CLARA, I’ VORREI CHE TU , ESTER ED IO
ANDASSIMO OVUNQUE SIA SPENSIERATEZZA,
E SALIRE SU UN ALIANTE CHE TRA
NUVOLE CI PORTASSE IN ALTO, IN GIRO
PER IL MONDO,
A TUTTO TONDO.
E VISITAR  MERAVIGLIE
DI NATURA, OPERE   BELLE,
RESPIRAR  ARIA PURA E SENTIRCI
LIBERE COME   RONDINELLE.
LASCIAR  PENSIERI , PREOCCUPAZIONI,
IMPEGNI.. PER   UN VIAGGIO
CHE   LA NOSTRA AMICIZIA FACCIA PIU’  FORTE.
NIENTE è PIù BELLO CHE  CON-DIVIDERE
GIOIE  E  SOGNI  CON LE AMICHE.  IN VOLO!
DONATA BABULANO
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Centocinquant’anni: "L'Italia è ancora una minorenne”
 
Centocinquant’anni: "L'Italia è ancora una minorenne" dice ironicamente  l'attore Roberto Benigni durante il Festival di Sanremo, e non si può non dargli ragione.
Lo Stato Italiano festeggia questo compleanno all'insegna del suo simbolo: il Tricolore; si chiede di addobbare ogni casa, negozio o bottega con un simbolo della nostra identità nazionale; si suggerisce  di portare sulla giacca un fiocco rosso, bianco e verde.
Ma quante persone lo faranno? Quanti esporranno il tricolore sentendo ardere nel cuore il fuoco
patriottico?
Il popolo italiano deve ancora crescere.
L'Italia è forse troppo giovane per sentirla nostra ancora: le regioni che la compongono sono principalmente legate da un comune idioma -quando non viene sostituito dai dialetti locali- e da un comune governo –che, talora, crea più divario che coesione.
Si è perso nel tempo il senso di identità nazionale, di disponibilità al sacrificio per la propria bandiera.
E più il tempo passa, più sentiamo lontano l'esempio di coloro che intorno al 1861, per la nostra patria, hanno messo in gioco la propria vita. A cento cinquant'anni dalle lotte sentite da uomini e da donne nel profondo della loro anima, diamo tutto per dovuto, quasi ignoriamo quel sacrificio, quell'ardore e quella passione di diventare "Popolo d'Italia".
Viviamo in un paese ricco di cultura, di storia, di gente meravigliosa e di luoghi fantastici. Quest'Italia è di tutti noi.
Ma il senso di appartenza ha ceduto il posto al motto    comune "Quel che è di tutti è di nessuno". Il senso di appartenenza oggi lascia il posto al senso di dispiacere e di dispersione, di insicurezza e paura.
Forse è perchè manca ciò di cui essere orgogliosi, forse perchè  quest'Italia oggi non dà sicurezze. Niente di più triste sia per i nostri avi che per i nostri posteri: ma credo che a chi, come me,    spaventato dal futuro che l'Italia può serbargli, vuole risposte da chi governa il paese, si devono offrire modelli ed esempio degni del paese più bello del mondo.
Erika Egitto
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LA SUCCURSALE DEL VACCARINI: IL MITO E LA REALTA’
 
 In questi anni la nostra scuola ha investito molto sulla qualità della formazione e il nostro impegno è stato premiato:  a Napoli abbiamo ricevuto “l’Aquilone d’oro” del Festival nazionale dello spot sociale; una nostra squadra ha partecipato alle finali mondiali di pallavolo in Cina; con un robot raccogli-pecore ci siamo classificati secondi al  concorso Minirobot 2010; il nostro giornale scolastico ha ottenuto il primo premio regionale per il suo contributo in tema di associazionismo. Tali riconoscimenti    confermano che al “Vaccarini” si fa buona scuola ed è proprio la buona scuola che ha fatto crescere in modo esponenziale il consenso delle famiglie nei confronti del nostro istituto. Così,  nel corso degli ultimi anni, gli alunni del “Vaccarini” sono diventati 1450 (pensate che nell’anno 2000 eravamo in 400!). Di fronte a questa crescita, in nostro edificio non è più  risultato adeguato ad accogliere tutti gli iscritti e sono stati   necessari  la utilizzazione momentanea di alcuni laboratori, la rotazione delle classi e il conseguente massacrante incremento orario di lezioni. Il nostro Dirigente scolastico già da alcuni anni ha richiesto  locali aggiuntivi  all’ Ente competente, l’Assessorato  Provinciale all’istruzione.   Solo negli ultimi giorni il nostro problema si è risolto  e non del tutto: ci servirebbero  16 aule, ne avremo  per ora 5, un terzo dei locali minimi indispensabili per le nostre esigenze, in coabitazione con altre due scuole. Speriamo che questi locali siano disponibili in tempi brevi, visto che è trascorsa metà dell’ anno e che questa momentanea soluzione sia il punto di inizio della risoluzione definitiva al nostro problema.
Certo, forse sarà la mia giovane età a farmi pensare questo, mi aspettavo un interessamento maggiore nei nostri confronti da parte delle Istituzioni e della società. Voglio pensare positivo e sperare ancora. 
Sebastiano Spataro   
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STORIA DI UNA CAPINERA, USIGNOLO DELLE CANARIE
 
In questo primo articolo della nuova rubrica, dedicata ai nostri coinquilini animali ormai andati dimenticati a causa della prepotente globalizzazione degli ultimi tempi, abbiamo scelto di occuparci della Capinera, un  uccellino della famiglia dei silvidi, che ha persino dato il suo nome a una delle opere più famose dello scrittore Giovanni Verga
Questa specie è anche chiamata “usignolo delle Canarie”, per via del suo canto melodioso, che  si può sentire  soprattutto in primavera, con la stagione degli amori e va via via intensificando sino a raggiungere una piena sonorità una volta trovato un compagno o una compagna. Il canto, sebbene vari molto da individuo a individuo, contiene delle note piuttosto dure ed è composto da suoni brevi ripetuti più volte, molto ricco di gorgheggi e con una grande varietà d’espressione. è molto diffusa nel nostro territorio, in cui trova il suo perfetto habitat naturale: boscaglie, frutteti e giardini costituiscono infatti i luoghi a lei più congeniali, dove anziché fare lunghi voli, che tiene in serbo per il periodo della migrazione, fa balzi per lo più piccoli, come se stesse saltellando. Sebbene non sia una specie a rischio, è sempre più difficile vederla in città, a causa dei pochi spazi verdi a disposizione, e se viene avvistata, la maggior parte di noi non riesce a riconoscerla. Quindi ecco di seguito un breve identikit: ha una  lunghezza media di quattordici centimetri e di ventitre centimetri di apertura alare, presenta un piumaggio grigio, c’è una forte differenza tra la femmina e il maschio, la prima infatti ha una macchia rossastra sulla testa, mentre il secondo ne possiede una nera, ed è proprio da questo che deriva il nome della specie. Alcuni esemplari presentano anche una macchia giallastra sulla gola, ma questa è causata da elementi esterni, come i pollini, in particolare quelli di aloe; sia il becco che le zampe sono scuri. è di solito una specie particolarmente attiva, ma anche abbastanza socievole nei confronti dell’uomo.  E’ ghiotta di frutta, soprattutto delle nostre arance e di qualsiasi tipo di sfortunato insetto trovi sulla sua strada. In quanto alla cova, avviene due volte l’anno, in primavera, e poi all’inizio dell’estate. Di solito depone una media di 5 uova che vengono covate da entrambi i genitori per circa due settimane, queste presentano un colore grigio chiaro e delle piccole macchie di varie gradazioni di marrone che le caratterizzano. Il loro nido, molto piccolo, di solito è costruito su cespugli come quelli di sambuco, o su nella zona boscosa dove vivono. Una volta nati, i piccoli vengono accuditi fino a quando non sono autosufficienti; lascino il nido già a una decina di giorni dopo la nascita. La capinera è inoltre un animale furbo, infatti, nel caso che i piccoli siano in pericolo a causa di un predatore, organizzano degli stratagemmi per distrarli e attirare l’attenzione su di se, come ad esempio fingendosi malata o in difficoltà, e una volta riuscita nel suo intento, scappa via con una velocità e agilità elevatissimi che colgono di sorpresa il  suo nemico.
Elisa Rapisarda
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Achillea … unA pianta … antica

Forse l’abbiamo vista durante una “scampagnata”, alta non più di mezzo metro con foglioline strettissime. Era conosciuta dai greci: si dice che Achille curasse le ferite dei suoi uomini sfruttando  il suo potere cicatrizzante. Non si parla quasi mai di piante come questa, chissà se riuscirà sopravvivere nella continua competizione tra piante coltivate e piante geneticamente modificate (OGM)? Eppure è una di quelle poche specie  che sono riuscite  ad offrire  nel corso degli anni rimedi e soluzioni che hanno aiutato l’uomo nella sofferenza quotidiana.               
 L'Achillea, o Millefoglie, è una pianta erbacea perenne della famiglia delle Asteracee. Ha i fiori color bianco rosato e un odore penetrante; cresce spontanea in Europa, Asia occidentale e  America del Nord.  
è una pianta che serve in  tante situazioni, si utilizzano tutte le sue parti come le radici, il fusto o  il fiore. Le sommità di quest’ultimo vengono usate come digestivi.  In passato era utilizzata dagli Indiani d’America per i disturbi di stomaco; i Celti la usavano nelle cerimonie magiche e i Cinesi la impiegavano anche nella cura dei morsi di cani e serpenti. Per fortuna ancora oggi viene usata in ambito alimentare per la liquoreria,  per  amari e vermuth; è ricercata anche come tisana tranquillante e come alleviatore di crampi. Bisogna fare , però, attenzione ad non abusarne   per non avere controindicazioni spiacevoli.
Oggi con le farmacie piene di ogni tipo di rimedio per la nostra salute le piante come questa sembrano inutili, ma il loro patrimonio genetico è preziosissimo e dobbiamo imparare a riconoscerle per rispettarle e preservarle per le nuove generazioni.   
Beatrice Bonanno
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Storia di una randagia

Nelle strade di Catania si aggirano tanti cani, la maggior parte di essi non è sterilizzata e di conseguenza continua a riprodursi senza sosta.
Tina è un esempio di cane randagio che vive a Catania: è stata abbandonata da piccola nella strada ed è cresciuta sfamandosi degli avanzi trovati nella spazzatura.  Nel quartiere dove vive la maggior parte della gente le vuole bene, ma c'è anche chi è contrario che un cane si aggiri per i centri abitati e, per questo, il rischio che possa morire di avvelenamento è sempre molto alto. La vita di Tina si è complicata quando, 7 mesi, è  arrivato il primo calore,  allora hanno cominciato ad aggirarsi per le strade decine di cani scatenando enormi  risse canine, fino a quando non è prevalso  un capobranco che, ovviamente, dopo le sue vittorie, ha potuto accoppiarsi con Tina e assicurarsi una discendenza.  Queste risse però hanno suscitato paura e lamentele da parte degli abitanti della zona circostante. Passato questo periodo, alla piccola cagnolina incomincia a crescere il pancione e dopo due mesi di lunga attesa allora sono nati sette cuccioletti. La famigliola si è riparata inuna buca del terreno, ma un giorno sono scomparsi tutti, compresa la madre. Dopo lunghe ricerche da parte della gente che le voleva davvero bene, Tina è stata trovata in una casa abbandonata, rinchiusa. Era stata spostata dalla zona dove aveva partorito per il semplice motivo che dovevano costruire delle ville. La cagnolina però, essendo abituata alla libertà, ha subito un trauma che ha fatto scatenare tutto il suo nervosismo contro i suoi,  prima tanto amici, adesso tanto nemici, i gatti. Ha sterminato la maggior parte dei gatti presenti nel quartiere!
Dopo un mese tutti i cuccioli hanno trovato casa, ma il problema si è ripresentato nuovamente dopo sei mesi: la stessa storia solo che stavolta non si è accoppiato con un semplice meticcio ma con un molossoide, il classico cane che mette paura alla gente, un grosso rottweiler. I cani che sono nati assomigliano quasi tutti al padre quindi la gente al pensiero che si potessero aggirare dei "cani pericolosi“ si è allarmata e, dopo aver svezzato i cani e averne regalato qualcuno, ha segnalato alle varie associazioni e al comune la presenza di questa cagna che ogni sei mesi si ritrovava gravida e complicava il fenomeno del randagismo. Ancora dopo un anno e mezzo la gente aspetta l'intervento da parte delle associazioni e del Comune per "l'aiuto" alla cagnolina. In questo arco di tempo altre tre cucciolate, una di sette e un’ altra di otto (di cui sono sopravvissuti soltanto tre cagnolini) e l'ultima di pochi giorni di dieci. Sono stati tutti piazzati tranne l'ultima cucciolata. Chi nel quartiere se ne prende  cura le ha costruito una cuccia in campagna dove ora vive con i suoi dieci cuccioletti che sono l'unica cosa che ha. I canili sono strapieni e la gente desidera avere solo cani di razza. Perche non adottate i cani dei canili? Perché non salvare un cane rinchiuso in una cella senza aver commesso nessun reato? Anche loro sono esseri viventi che - senza aver ucciso nessuno rubato niente, a parte qualche avanzo dalla spazzatura- sono chiusi in piccolissime celle.
Antonino Russo
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Redazione

Sebastiano Spataro , Claudio Nicolosi ,  Davide Nicolosi,  Luca Bartilotti,  Bruno Garibaldi, Elisa Rapisarda, Aurora Incognito, Maria Cristina Fiorenza, Giuliano Mirabella.
Docenti                Proff. Pina Arena e Irene Ferrera
Dirigente scolastico        Prof.  Santo Giovanni Torrisi